NORWEGIAN TRIO

 

 

 

La proposta del gruppo è basata essenzialmente su improvvisazioni estemporanee e brani originali, composti dal pianista Carlo Maria Nartoni, in cui convivono felicemente aspetti musicali che possono apparire in forte contrasto tra loro ma che finiscono per amalgamarsi in una delicata alchimia fatta prevalentemente di ascolto reciproco e interplay. Temi articolati, semplici melodie, armonie dalle cadenze inusuali, momenti di pura improvvisazione in cui i musicisti si scambiano costantemente di ruolo, sono solo alcune delle caratteristiche di una formazione che considera il linguaggio jazzistico un punto di partenza per una profonda ricerca artistica ed interiore.

 

 

 

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Carlo Maria Nartoni – piano – Italia

Adrian Myhr – contrabbasso – Norvegia

Tore Sandbakken – percussioni – Norvegia

Syria - Norwegian Trio
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Specchi - Norwegian Trio
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Impro a pois Var.I - Norwegian Trio
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Inno Armeno - Norwegian Trio
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Riding in the desert - Norwegian Trio
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Ornette Or Not - Norwegian Trio
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Impro a pois Var.III - Norwegian Trio
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Ancient Times - Norwegian Trio
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Beatles - Norwegian Trio
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Norwegian Song - Norwegian Trio
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Impro a pois - Norwegian Trio
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Syria - Norwegian Trio
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formazione

Carlo Maria Nartoni è un pianista e compositore in costante ricerca attraverso l’improvvisazione, Carlo Maria Nartoni parte da una formazione classica al Conservatorio di Como, per poi approdare al jazz ed infine all’improvvisazione libera.

È stato pianista stabile della "Civica Jazz Band" di Milano diretta da Enrico Intra. Ha tenuto concerti in Italia, Germania, Svizzera, Inghilterra. Si è esibito in festival e teatri d'Europa ed ha avuto l’occasione di suonare con prestigiosi musicisti come Franco Ambrosetti, Kenny Wheeler, Franco Cerri, Enrico Rava, Paolo Damiani, Wissen Joubran, Diana Torto, Gianluigi Trovesi, Mederic Collignon, Claudio Fasoli, Giorgio Gaslini, Lenneart Aberg e molti altri.

 

Adrian Fiskum Myhr proviene da Trondheim, Norvegia. Attualmente vive a Oslo.  Sempre attivo sulla scena della musica improvvisata in Norvegia, si è inoltre esibito in tutta Europa, in Chile, in Sud America e in Giappone. Il suo lavoro si focalizza sul grande repertorio del contrabbasso, cercando continuamente di estendere il suo vocabolario attraverso varie strategie, preparazioni e tecniche. Adrian ha collaborato con musicisti come Sidsel Endresen, Ab Baars, Toshimaru Nakamura, Tetuzi Akiyama, Michel Doneda, Andrea Neumann, Raymond Strid, Michael Moore, Tobias Delius, Oliver Lake, Xavier Querel, Xavier Charles, Bugge Wesseltoft, Nana Vasconcelos, e molti altri.

 

Tore T. Sandbakken, ha conseguito una laurea e un master in batteria e improvvisazione alla “Norwegian Academy of Music” di Oslo, e al “Rythmic Music Conservatory” di Copenhagen. Tore è un batterista versatile che ha lavorato con diverse formazioni.

Si è esibito spesso in Norvegia, Europa, Giappone e Stati Uniti, insieme a bands come Speakeasy, Aphrodisiac, Off Topic, Vojtech Prochazka Trio, Jens Carelius and Astrid E. Pedersen Ensemble. Nel 2008 ha partecipato alle competizioni “Jazzintro e Young Norwegian Jazz Talents”, e nel 2010 alla “Young Nordic Jazz Comets”.
Nel 2009 un suo lavoro è stato nominato miglior jazz album dell’anno dalla “Norwegian grammy committee” con l’album “Kayak” degli “Speakeasy”.

"Tra i giovani pianisti che hanno suonato nel mio gruppo ho un ricordo forte e preciso del talento naturale di Nartoni, dotato di un approccio originale e personale ai brani che arricchisce sia quando accompagna che quando improvvisa con gusto, fantasia ed eleganza. Una presenza forte ma contenuta e rispettosa. "

Franco Ambrosetti

 

"Nell'ascolto di "Syria" di Carlo Maria Nartoni si percepisce una tranquillità che dialoga con una voluttà creativa. E' in questa dualità che, a mio avviso, convivono con naturalezza spazio e forza."

 

Paolo Fresu

                                                                      

 

LA STANZA DELLE MERAVIGLIE DI CARLO MARIA NARTONI

di Arrigo Cappelletti

Quando qualche mese fa Carlo Maria Nartoni mi ha fatto l’onore di farmi ascoltare in anteprima la registrazione da lui effettuata in trio a Lugano con due giovani musicisti norvegesi, Adrian Myhr (contrabbasso) e Tore Sandbakken (batteria), che gli avevo presentato qualche anno fa dopo averli conosciuti a Oslo, mi aspettavo un buonissimo lavoro (Carlo è ormai da diversi anni un eccellente pianista jazz) ma non certo una simile esplosione di creatività. E’ una esplosione che non ha niente di selvaggio o violento. Il pianismo di Carlo è all’insegna di un controllo e di una misura costanti e denota una grande maturità. Eppure la varietà magica, fantasmagorica, sorprendente degli scenari proposti può far pensare a una “esplosione” nella sua tambureggiante e fresca diversità o, ancora meglio, a una “wunderkammer”, quelle “camere delle meraviglie” dove si raccoglievano dal XVI al XVIII secolo oggetti sorprendenti e inusuali. Sotto le dita di Carlo Maria Nartoni il pianoforte cessa di essere un unico strumento, si frantuma e si moltiplica in una infinità sfolgorante di aspetti. Si va dalle sonorità cristalline e rarefatte di “Specchi” al continuum sonoro quasi ligetiano di “Riding in the desert”, dal lirismo alla Keith Jarrett di “Ancient Times” alle atmosfere medio-orientali di “Inno armeno” e al puntillismo e allo swing quasi monkiano delle quattro “Impro a pois”. Queste ultime, ben distribuite nel corso del cd, servono a spezzare l’atmosfera incantata, magica degli altri brani, riportandoci per un momento al jazz e alla sua tradizione. Per il resto dominano i toni tenui, color pastello, una sorta di colorismo astratto molto lontano dalle atmosfere modali e neo-impressioniste così di moda fra i pianisti jazz oggi, quasi tutti nipotini di Bill Evans o di Herbie Hancock. In Carlo Maria Nartoni non c’è traccia di Bill Evans se non per il tocco lieve e raffinato e pochissimo se non in forma di citazione dei pianisti afro-americani. Il suo pianista di riferimento è senz’altro Keith Jarrett, cui lo accomuna il fraseggio lirico e diatonico e più ancora la straordinaria tecnica, che lo porta a usare il pianoforte sfruttandone tutte le potenzialità timbriche e dinamiche. Ma c’è qualcosa d’altro e di più rispetto a Jarrett. Una sorta di ritrosia, di pudore, di volersi fermare  prima che le cose vadano troppo in là, una mancanza di compiacimento che può far pensare piuttosto a Paul Bley. Questa è la vera cifra stilistica di Nartoni, la capacità di unire varietà di atmosfere e di sonorità e misura e controllo costanti. Proprio come in Bley. Con la differenza che in Bley ci sono asprezze, impuntamenti, irregolarità che qui mancano e che rivelano l’influenza del jazz afro-americano. Qui tutto è mobile ma dolce, levigato, quasi astratto. E’ come se Nartoni si perdesse in un regno di bellezza e purezza tutto suo e il jazz gli servisse semplicemente a dare vita a questo suo mondo. Jazz di ispirazione nordica? Ebbene sì. Una dolce e poetica misura caratterizza da decenni il jazz nordico e non a caso Jarrett ha registrato con musicisti nordici forse i suoi lavori più belli. Nartoni, che è ammiratore di Jarrett, ha fatto lo stesso.  La presenza dei due accompagnatori norvegesi, con la loro straordinaria attenzione e misura, contribuisce alla compattezza generale del trio e il risultato della fruttuosa collaborazione è molto vicino ai dischi di Jarrett con Palle Danielsson e Jon Christensen.

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Roger Salem
 
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